Interviews e
articoli:

"Ernani, che macchina !"
A. Caruso,  La Stampa
19 Giugno 2007


 


Intervista: La Stampa
18 Giugno 2007

 

Clicca sull immagine per ingrandirla

 

 

 

 




 

 

 

 

 

 

"Daniela Dessì  ha voce piena, risonante, sicura in tutta la gamma e si avvale di un fraseggio da autentica incantatrice della parola cantata, miniato in ogni più piccolo dettaglio."
N. Salmoiraghi - L'OPERA




 

 

 

 

 

 

ERNANI  

Torino REGIO: 20, 23 Giugno 2007


    Ernani   FABIO ARMILIATO
Elvira   DANIELA DESSI

 
Carlo   LUCIO GALLO      
      Silva   GIACOMO PRESTIA
                                     

___________

Conductor   BRUNO CAMPANELLA

     Regia   PIER'ALLI
 


Grandi voci: Campanella dirige al Regio un’opera levigata e senza fuoco.

 Salvano tutto i cantanti Armiliato e Dessì.

Grandi lanci di fiori l'altra sera al Regio, alla fine di Ernani: il tenore Fabio Armiliato e il soprano Daniela Dessì li hanno raccolti con giusta soddisfazione. Sono una bella coppia: Ernani è spavaldo, ma anche capace di sfumare la voce in sottigliezze e abbandoni; la Dessì canta con grande dolcezza, timbro morbido, incantevoli mezzevoci, anche nel registro acuto. Accanto a loro, Lucio Gallo (Don Carlo) e Giacomo Prestia (Silva) hanno completato degnamente un cast che valorizza, in questo Ernani, soprattutto il belcanto.

Purtroppo, però, c'è il rovescio della medaglia. Per dare rilievo alla melodia, sostenere il canto con flessibilità, e somma discrezione orchestrale, Campanella ha dilatato i tempi in misura eccessiva: ne è risultato un Verdi assai snervato, privo di spessore e di quella tensione incendiaria con cui Ernani si era affacciato alla ribalta del melodramma italiano, nel 1844, come una elettrizzante novità. «Io amo far cantare le parti come voglio io - scriveva Verdi al poeta Ghislanzoni, librettista di Aida -; però non posso dare né voce né l'anima né quel certo non so che, che dovrebbe chiamarsi "scintilla" e vien comunemente definito colla frase "aver il diavolo addosso"». Appunto. Il «diavolo» è mancato in questa levigata e un po' noiosa esecuzione di Ernani.
Stesse note, positive e negative, per lo spettacolo di Pier'Alli. Le scene sono belle, evocano una Spagna nera e oro e, con le loro forme sghembe, conferiscono alla vicenda un senso di minacciosa oppressione, culminante nella grande scena della congiura, con i suoi cupi suoni sepolcrali, ridotti, peraltro, l'altra sera, a livello di una innocua fanfaretta. Anche i costumi, con le loro tinte calde, creano atmosfera e suggestione. La regia, però, in perfetto accordo con la direzione di Campanella, respinge Ernani in una staticità oratoriale che, proprio con quest'opera, dopo Nabucco e I Lombardi, Verdi aveva completamente abbandonato. E anche questo non favorisce la scorrevolezza dello spettacolo. Resta l'indubbia qualità delle voci che, come sempre, nell'opera italiana sono il pilastro portante: in questo modo si giustifica, quindi, il successo della serata.

Paolo Gallarati - LA STAMPA  22 Giugno 2007

A Torino un «Ernani» trascinante
Fantastica l'Elvira di Daniela Dessì

Un «Ernani» trascinante, malgrado la quasi «oratorialità» della regia di Pier'Alli, quello dato al Regio di Torino nei giorni scorsi. La recita di riferimento risale qui al 26 giugno: allestimento del Teatro Regio di Parma con lo stesso Silva che cantò (bene) nella città verdiana: ossia Giacomo Prestia, anche a Torino all’altezza della situazione.
Ma a farla da padroni, nella capitale sabauda, sono Fabio Armiliato e Daniela Dessì, che hanno letteralmente conquistato il pubblico piemontese.
Armiliato è un Ernani smagliante. A briglia sciolta cavalca tra la malinconia e l’amore, tra l’ingenuità e l’audacia di un personaggio a cui Verdi regala freschezza melodica e concitazione, svettanti acuti e ripiegamenti nel pathos. Ernani ci restituisce un Armiliato da ascoltare con attenzione per l’intelligenza nell’affrontare le ardite polarità di questo ruolo. Fantastica l’Elvira di Daniela Dessì. La voce del grande soprano genovese, sempre più innervata di quell'inquieta e seducente fibra sonora che la rende unica, corre libera tra le mine vaganti di una parte funambolica, scritta da un Verdi che non sacrifica mai l’incisività della parola all’arditezza della sfida vocale: la Dessì, nel coniugare tali istanze, è maestra.

Anche il baritono Lucio Gallo è un Carlo dai vigorosi effetti, che «prende» il pubblico. Il direttore Bruno Campanella non disinnesca, pur con un approccio volto al belcanto, la carica verdiana dell’Ernani che solo il coro, a tratti, dipinge con più debole colore.

Elena Formica - La Gazzetta di Parma, 30 Giugno 2007


Il teatro Regio torinese non delude i propri melomani

Campanella cesellatore esemplare di Ernani

di Roberta Pedrotti

TORINO - Ernani è, o dovrebbe essere, opera di voci. Il movente dei personaggi è uno, fortissimo e implacabile: quell’honneur castillan che Hugo aveva posto a eloquente sottotitolo del suo dramma. Elvira, Ernani, Silva e Carlo sono ruoli vocali, abbozzi, anche affascinanti, di tipi psicologici definiti: l’oggetto del desiderio dal temperamento passionale e battagliero (fiero sangue d’Aragona), l’eroe bello e dannato nobile e proscritto, il vecchio implacabile cui gli anni non hanno fatto di gelo ancora il cor, il sovrano dai bollenti spiriti placati in favore delle virtù regali. Figure ben codificate, almeno quanto lo è la struttura musicale, predominante sul dramma, profondamente radicata nella prassi belcantista eppure elaborata dalla sensibilità già spiccatissima del giovane Verdi. Questo ben lo suggerisce e lo realizza Bruno Campanella, autore d’una lettura tutta di cesello (veramente eccellente il preludio, un altro di quei cammei orchestrali che il primo Verdi sapeva elargire), cantabilissima, ma non meno drammatica. L’orchestra suona splendidamente, senza ridursi a mero accompagnamento delle voci si unisce a esse e si sa accendere laddove l’azione lo richieda. Non in Si ridesti il Leon di Castiglia, vittima di retoriche esaltazioni non meno dei cori del Trovatore: di canto di congiurati raccolti in una cripta si tratta e come tale è condotto, con l’attacco quasi sottovoce e una progressione dinamica che finalmente ne nobilita la scrittura. In questa lettura esemplare, che rende Verdi alla sua reale matrice storica e belcantistica senza negarne l’impeto e stemperarne i colori, spiace solo che molti da capo siano sacrificati. È pur vero che il nodo della loro corretta interpretazione deve ancora essere sciolto nella moderna prassi esecutiva e che il recupero stilistico non si può dire abbia raggiunto i risultati, per quanto non completi del repertorio rossiniano. È vero anche che l’esecuzione deve essere commisurata alle caratteristiche degli interpreti e che Campanella, al suo solito, ottiene i massimi risultati anche da un cast che non appare composto esclusivamente da scaltriti belcantisti.
Rientrerebbe a pieno diritto in questa categoria Daniela Dessì, agli esordi eccellente interprete del Settecento e del primo Ottocento italiano. Ora torna a Elvira, purtroppo già interpretata solo una volta in giovanissima età, e lo fa con tutta la sua classe e l’indiscutibile preparazione tecnica e musicale. La Dessì ha temperamento, stile e voce che la pongono indiscutibilmente nel pantheon dei migliori soprani in attività: sa come abbandonarsi all’involo sognante e sensuale della sortita e si afferma di scena in scena. Inutile ribadire la perfetta alchimia scenica con Fabio Armiliato, mentre ci piace sottolineare la bella prova del tenore genovese, che appare decisamente migliorato rispetto a qualche tempo fa e, come la compagna, sigla una prova in crescendo con accenti appropriati, ricerca espressiva e un bello smalto brunito che non ricordavamo. Un Ernani pienamente convincente anche sul piano scenico.
Grande successo per l’ultima felice produzione di questa bella stagione torinese. Non per nulla il Regio è stato il teatro favorito nell’attribuzione del 5 per mille dell’IRPEF: un bel riconoscimento per la direzione, ma soprattutto un bel segnale di reciproca fiducia fra pubblico e Fondazione.

www.gliamicidellamusica.net


ERNANI - Regio di Torino

Opera di forti contrasti fra i personaggi, come si accennava, in cui però lo spirito quarantottesco del compositore non ha occasione per emergere in maniera massiccia come altrove e che quindi si presta, molto più di altri titoli coevi, ad una lettura in chiave più ripiegata, intimistica e sentimentale, che ha trovato nel maestro Bruno Campanella un interprete per certi versi ideale. L'esasperazione dei toni e l'irruenza ritmica non portano ad Ernani alcun valore aggiunto, i momenti più drammatici sono quindi affrontati con il giusto slancio ed il necessario vigore, senza però mai dimenticare che il colore di fondo di quest'opera non è quello che può far funzionare Nabucco o I Lombardi, dove i drammi individuali fanno semplicemente da sfondo a tragedie a dimensione collettiva. Condivisibile quindi lo stacco di tempi spesso morbidi e sonorità contenute, in questo ben assecondato da una compagine corale che, soprattutto nel settore maschile, ha mostrato di essere in piena forma.

Molto meno convincente la realizzazione visiva, che si avvaleva di un allestimento proveniente dal Teatro Regio di Parma, firmato in trinità di intenti da Pier'Alli: se da una parte infatti l'elegante impianto scenografico può risultare convincente ed efficace nel rappresentare ora le montagne d'Aragona ora gli interni incombenti di castelli cinquecenteschi in tutta la loro massiccia pesantezza, resa ancor più cupa dal ricorso a prospettive sghembe, d'altro canto si deve purtroppo constatare che la gestione statica e ieratica dei personaggi e, in modo ancor più evidente, dei movimenti delle masse dia spesso quasi la sensazione di trovarsi di fronte ad un quadro dipinto in cui manca qualsiasi segno di vita, personaggi pressochè immobili e lasciati ad una gestualità misuratissima, se non addirittura inesistente con il coro quasi sempre disposto a ferro di cavallo o ai lati del palcoscenico ad assistere praticamente in stato di trance agli eventi.


Fortunatamente il vero punto di interesse (e di forza) di quest'ultima produzione di scena al Regio per la stagione in corso va cercato nei due protagonisti, attesi al varco della difficile prova con grande interesse e con la curiosità di vederli cimentare in un repertorio da qualche tempo a loro non proprio familiare: il riscontro di tale prova è stato sicuramente positivo e va quindi loro dato il giusto merito. Nessun dubbio sul fatto che l'originario approccio al belcanto che caratterizzò i primi anni della carriera di Daniela Dessì avrebbe avuto buon gioco nel consentirle di affrontare con competenza e stile l'impegnativo ruolo di Elvira, il cui biglietto da visita fa tremare le vene ai polsi a qualsiasi interprete, anche navigato: la piacevole sorpresa è stata però quella di constatare sul campo che l'oneroso repertorio tardo ottocentesco ed oltre che negli ultimi tempi ha spesso contraddistinto l'agenda del soprano ligure non ha affatto intaccato la perfetta aderenza ad uno stile ancora molto vicino all'estetica donizettiana di cui trasuda la scrittura musicale della protagonista femminile dell'opera, pur essendo già presenti in moltissimi punti i caratteristici involi verdiani che richiedono spessore ed incisività maggiori. Basti pensare - per fare un esempio illuminante - alla cavatina di ingresso, in cui già dalle primissime battute ci si accorge della pulizia nell'esecuzione di abbellimenti, trilli ed acciaccature in particolare, della sicurezza nell'ascesa al registro acuto oltre che dell'accento pertinente unito ad un fraseggio espressivo e consapevole, che le fanno guadagnare un meritatissimo applauso da parte di un pubblico che, sia pure non molto numeroso forse per la concomitanza di un nubifragio che ha investito Torino poco prima dell'inizio della recita, posticipato di una ventina di minuti, ha tuttavia dimostrato un calore insolito rispetto all'abituale e cronica freddezza delle prime sabaude. I momenti migliori della Dessì sono sicuramente da cercare poi nei duetti con Armiliato, in cui traspare con grande evidenza come l'affiatamento personale fra i due artisti sia un ottimo viatico per trasmettere ad entrambi sicurezza ed entusiasmo. Nel complesso una prova molto positiva in un ruolo che ancora una volta ha messo in luce una notevole intelligenza di interprete e grande ecletticità di artista.

Note altrettanto felici per Fabio Armiliato che di Ernani ha offerto una lettura che ha giustamente privilegiato il lato amoroso, pur senza sdegnare improvvise accensioni e slanci negli scatti d'ira: siamo di fronte ad un cantante generoso e sempre presente, anche nei concertati più impegnativi. L'interprete è convincente e la voce corre senza difficoltà nella vasta sala del Regio: il personaggio è nelle corde del tenore, anche sotto il profilo strettamente stilistico, e risulta convincente a tutto tondo, con un crescendo particolare nell'intensissima quarta parte, culminante con lo splendido terzetto finale.

I larghi vuoti riscontrati in sala, anche per le ragioni suesposte, ma resi ancor più pesanti nel breve intervallo a mezze luci tra la terza e la quarta parte per il fastidioso fuggi fuggi dei soliti frettolosi, non hanno tuttavia impedito al pubblico presente di salutare con grande calore gli interpreti della serata al termine della rappresentazione, con grandi lanci di fiori ed ovazioni (abbastanza inusuali per il Regio) alle singole uscite degli artisti.
 

Vittorio Zambon  OPERACLICK, 23 Giugno 2007