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ERNANI |
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Torino REGIO: 20, 23 Giugno 2007 |
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Ernani
FABIO ARMILIATO
Elvira DANIELA DESSI'
Carlo LUCIO GALLO
Silva GIACOMO PRESTIA
___________
Conductor BRUNO CAMPANELLA
Regia PIER'ALLI
Grandi voci:
Campanella dirige al Regio un’opera levigata e senza fuoco.
Salvano
tutto i cantanti Armiliato e Dessì.
Grandi lanci di fiori l'altra sera al
Regio, alla fine di Ernani: il tenore Fabio Armiliato e il soprano
Daniela Dessì li hanno raccolti con giusta soddisfazione. Sono una
bella coppia: Ernani è spavaldo, ma anche capace di sfumare la voce
in sottigliezze e abbandoni; la Dessì canta con grande dolcezza,
timbro morbido, incantevoli mezzevoci, anche nel registro acuto.
Accanto a loro, Lucio Gallo (Don Carlo) e Giacomo Prestia (Silva)
hanno completato degnamente un cast che valorizza, in questo Ernani,
soprattutto il belcanto.
Purtroppo, però, c'è
il rovescio della medaglia. Per dare rilievo alla melodia, sostenere
il canto con flessibilità, e somma discrezione orchestrale,
Campanella ha dilatato i tempi in misura eccessiva: ne è risultato
un Verdi assai snervato, privo di spessore e di quella tensione
incendiaria con cui Ernani si era affacciato alla ribalta del
melodramma italiano, nel 1844, come una elettrizzante novità. «Io
amo far cantare le parti come voglio io - scriveva Verdi al poeta
Ghislanzoni, librettista di Aida -; però non posso dare né voce né
l'anima né quel certo non so che, che dovrebbe chiamarsi "scintilla"
e vien comunemente definito colla frase "aver il diavolo addosso"».
Appunto. Il «diavolo» è mancato in questa levigata e un po' noiosa
esecuzione di Ernani.
Stesse note, positive e negative, per lo spettacolo di Pier'Alli. Le
scene sono belle, evocano una Spagna nera e oro e, con le loro forme
sghembe, conferiscono alla vicenda un senso di minacciosa
oppressione, culminante nella grande scena della congiura, con i
suoi cupi suoni sepolcrali, ridotti, peraltro, l'altra sera, a
livello di una innocua fanfaretta. Anche i costumi, con le loro
tinte calde, creano atmosfera e suggestione. La regia, però, in
perfetto accordo con la direzione di Campanella, respinge Ernani in
una staticità oratoriale che, proprio con quest'opera, dopo Nabucco
e I Lombardi, Verdi aveva completamente abbandonato. E anche questo
non favorisce la scorrevolezza dello spettacolo. Resta l'indubbia
qualità delle voci che, come sempre, nell'opera italiana sono il
pilastro portante: in questo modo si giustifica, quindi, il successo
della serata.
Paolo Gallarati - LA STAMPA 22
Giugno 2007 |
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A Torino un «Ernani» trascinante
Fantastica l'Elvira di Daniela Dessì
Un «Ernani» trascinante, malgrado la quasi «oratorialità»
della regia di Pier'Alli, quello dato al Regio di Torino nei giorni scorsi. La
recita di riferimento risale qui al 26 giugno: allestimento del Teatro Regio di
Parma con lo stesso Silva che cantò (bene) nella città verdiana: ossia Giacomo
Prestia, anche a Torino all’altezza della situazione.
Ma a farla da padroni, nella capitale sabauda, sono Fabio Armiliato e Daniela
Dessì, che hanno letteralmente conquistato il pubblico piemontese.
Armiliato è
un Ernani smagliante. A briglia sciolta cavalca tra la malinconia e l’amore, tra
l’ingenuità e l’audacia di un personaggio a cui Verdi regala freschezza melodica
e concitazione, svettanti acuti e ripiegamenti nel pathos. Ernani ci restituisce
un Armiliato da ascoltare con attenzione per l’intelligenza nell’affrontare le
ardite polarità di questo ruolo. Fantastica l’Elvira di Daniela Dessì. La voce
del grande soprano genovese, sempre più innervata di quell'inquieta e seducente
fibra sonora che la rende unica, corre libera tra le mine vaganti di una parte
funambolica, scritta da un Verdi che non sacrifica mai l’incisività della parola
all’arditezza della sfida vocale: la Dessì, nel coniugare tali istanze, è
maestra.
Anche il baritono Lucio Gallo è un Carlo dai vigorosi effetti, che «prende» il
pubblico. Il direttore Bruno Campanella non disinnesca, pur con un approccio
volto al belcanto, la carica verdiana dell’Ernani che solo il coro, a tratti,
dipinge con più debole colore.
Elena Formica - La Gazzetta di Parma, 30
Giugno 2007
Il teatro
Regio torinese
non delude i
propri melomani
Campanella
cesellatore
esemplare di
Ernani
di Roberta
Pedrotti
TORINO -
Ernani è, o
dovrebbe essere,
opera di voci.
Il movente dei
personaggi è
uno, fortissimo
e implacabile:
quell’honneur
castillan
che Hugo aveva
posto a
eloquente
sottotitolo del
suo dramma.
Elvira, Ernani,
Silva e Carlo
sono ruoli
vocali, abbozzi,
anche
affascinanti, di
tipi psicologici
definiti:
l’oggetto del
desiderio dal
temperamento
passionale e
battagliero (fiero
sangue d’Aragona),
l’eroe bello e
dannato nobile e
proscritto, il
vecchio
implacabile cui
gli anni non
hanno fatto
di gelo ancora
il cor, il
sovrano dai
bollenti spiriti
placati in
favore delle
virtù regali.
Figure ben
codificate,
almeno quanto lo
è la struttura
musicale,
predominante sul
dramma,
profondamente
radicata nella
prassi
belcantista
eppure elaborata
dalla
sensibilità già
spiccatissima
del giovane
Verdi. Questo
ben lo
suggerisce e lo
realizza Bruno
Campanella,
autore d’una
lettura tutta di
cesello
(veramente
eccellente il
preludio, un
altro di quei
cammei
orchestrali che
il primo Verdi
sapeva
elargire),
cantabilissima,
ma non meno
drammatica.
L’orchestra
suona
splendidamente,
senza ridursi a
mero
accompagnamento
delle voci si
unisce a esse e
si sa accendere
laddove l’azione
lo richieda. Non
in Si ridesti
il Leon di
Castiglia,
vittima di
retoriche
esaltazioni non
meno dei cori
del Trovatore:
di canto di
congiurati
raccolti in una
cripta si tratta
e come tale è
condotto, con
l’attacco quasi
sottovoce e una
progressione
dinamica che
finalmente ne
nobilita la
scrittura. In
questa lettura
esemplare, che
rende Verdi alla
sua reale
matrice storica
e belcantistica
senza negarne
l’impeto e
stemperarne i
colori, spiace
solo che molti
da capo siano
sacrificati. È
pur vero che il
nodo della loro
corretta
interpretazione
deve ancora
essere sciolto
nella moderna
prassi esecutiva
e che il
recupero
stilistico non
si può dire
abbia raggiunto
i risultati, per
quanto non
completi del
repertorio
rossiniano. È
vero anche che
l’esecuzione
deve essere
commisurata alle
caratteristiche
degli interpreti
e che
Campanella, al
suo solito,
ottiene i
massimi
risultati anche
da un cast che
non appare
composto
esclusivamente
da scaltriti
belcantisti.
Rientrerebbe
a pieno diritto
in questa
categoria
Daniela Dessì,
agli esordi
eccellente
interprete del
Settecento e del
primo Ottocento
italiano. Ora
torna a Elvira,
purtroppo già
interpretata
solo una volta
in giovanissima
età, e lo fa con
tutta la sua
classe e
l’indiscutibile
preparazione
tecnica e
musicale. La
Dessì ha
temperamento,
stile e voce che
la pongono
indiscutibilmente
nel pantheon dei
migliori soprani
in attività: sa
come
abbandonarsi
all’involo
sognante e
sensuale della
sortita e si
afferma di scena
in scena.
Inutile ribadire
la perfetta
alchimia scenica
con Fabio
Armiliato,
mentre ci piace
sottolineare la
bella prova del
tenore genovese,
che appare
decisamente
migliorato
rispetto a
qualche tempo fa
e, come la
compagna, sigla
una prova in
crescendo con
accenti
appropriati,
ricerca
espressiva e un
bello smalto
brunito che non
ricordavamo. Un
Ernani
pienamente
convincente
anche sul piano
scenico.
Grande successo
per l’ultima
felice
produzione di
questa bella
stagione
torinese. Non
per nulla il
Regio è
stato il teatro
favorito
nell’attribuzione
del 5 per mille
dell’IRPEF: un
bel
riconoscimento
per la
direzione, ma
soprattutto un
bel segnale di
reciproca
fiducia fra
pubblico e
Fondazione.
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ERNANI -
Regio di
Torino
Opera di
forti
contrasti
fra i
personaggi,
come si
accennava,
in cui però
lo spirito
quarantottesco
del
compositore
non ha
occasione
per emergere
in maniera
massiccia
come altrove
e che quindi
si presta,
molto più di
altri titoli
coevi, ad
una lettura
in chiave
più
ripiegata,
intimistica
e
sentimentale,
che ha
trovato nel
maestro
Bruno
Campanella
un
interprete
per certi
versi
ideale.
L'esasperazione
dei toni e
l'irruenza
ritmica non
portano ad
Ernani alcun
valore
aggiunto, i
momenti più
drammatici
sono quindi
affrontati
con il
giusto
slancio ed
il
necessario
vigore,
senza però
mai
dimenticare
che il
colore di
fondo di
quest'opera
non è quello
che può far
funzionare
Nabucco o I
Lombardi,
dove i
drammi
individuali
fanno
semplicemente
da sfondo a
tragedie a
dimensione
collettiva.
Condivisibile
quindi lo
stacco di
tempi spesso
morbidi e
sonorità
contenute,
in questo
ben
assecondato
da una
compagine
corale che,
soprattutto
nel settore
maschile, ha
mostrato di
essere in
piena forma.
Molto meno
convincente
la
realizzazione
visiva, che
si avvaleva
di un
allestimento
proveniente
dal Teatro
Regio di
Parma,
firmato in
trinità di
intenti da
Pier'Alli:
se da una
parte
infatti
l'elegante
impianto
scenografico
può
risultare
convincente
ed efficace
nel
rappresentare
ora le
montagne
d'Aragona
ora gli
interni
incombenti
di castelli
cinquecenteschi
in tutta la
loro
massiccia
pesantezza,
resa ancor
più cupa dal
ricorso a
prospettive
sghembe,
d'altro
canto si
deve
purtroppo
constatare
che la
gestione
statica e
ieratica dei
personaggi
e, in modo
ancor più
evidente,
dei
movimenti
delle masse
dia spesso
quasi la
sensazione
di trovarsi
di fronte ad
un quadro
dipinto in
cui manca
qualsiasi
segno di
vita,
personaggi
pressochè
immobili e
lasciati ad
una
gestualità
misuratissima,
se non
addirittura
inesistente
con il coro
quasi sempre
disposto a
ferro di
cavallo o ai
lati del
palcoscenico
ad assistere
praticamente
in stato di
trance agli
eventi.
Fortunatamente
il vero
punto di
interesse (e
di forza) di
quest'ultima
produzione
di scena al
Regio per la
stagione in
corso va
cercato nei
due
protagonisti,
attesi al
varco della
difficile
prova con
grande
interesse e
con la
curiosità di
vederli
cimentare in
un
repertorio
da qualche
tempo a loro
non proprio
familiare:
il riscontro
di tale
prova è
stato
sicuramente
positivo e
va quindi
loro dato il
giusto
merito.
Nessun
dubbio sul
fatto che
l'originario
approccio al
belcanto che
caratterizzò
i primi anni
della
carriera di
Daniela
Dessì
avrebbe
avuto buon
gioco nel
consentirle
di
affrontare
con
competenza e
stile
l'impegnativo
ruolo di
Elvira, il
cui
biglietto da
visita fa
tremare le
vene ai
polsi a
qualsiasi
interprete,
anche
navigato: la
piacevole
sorpresa è
stata però
quella di
constatare
sul campo
che
l'oneroso
repertorio
tardo
ottocentesco
ed oltre che
negli ultimi
tempi ha
spesso
contraddistinto
l'agenda del
soprano
ligure non
ha affatto
intaccato la
perfetta
aderenza ad
uno stile
ancora molto
vicino
all'estetica
donizettiana
di cui
trasuda la
scrittura
musicale
della
protagonista
femminile
dell'opera,
pur essendo
già presenti
in
moltissimi
punti i
caratteristici
involi
verdiani che
richiedono
spessore ed
incisività
maggiori.
Basti
pensare -
per fare un
esempio
illuminante
- alla
cavatina di
ingresso, in
cui già
dalle
primissime
battute ci
si accorge
della
pulizia
nell'esecuzione
di
abbellimenti,
trilli ed
acciaccature
in
particolare,
della
sicurezza
nell'ascesa
al registro
acuto oltre
che
dell'accento
pertinente
unito ad un
fraseggio
espressivo e
consapevole,
che le fanno
guadagnare
un
meritatissimo
applauso da
parte di un
pubblico
che, sia
pure non
molto
numeroso
forse per la
concomitanza
di un
nubifragio
che ha
investito
Torino poco
prima
dell'inizio
della
recita,
posticipato
di una
ventina di
minuti, ha
tuttavia
dimostrato
un calore
insolito
rispetto
all'abituale
e cronica
freddezza
delle prime
sabaude. I
momenti
migliori
della Dessì
sono
sicuramente
da cercare
poi nei
duetti con
Armiliato,
in cui
traspare con
grande
evidenza
come
l'affiatamento
personale
fra i due
artisti sia
un ottimo
viatico per
trasmettere
ad entrambi
sicurezza ed
entusiasmo.
Nel
complesso una
prova molto
positiva in
un ruolo che
ancora una
volta ha
messo in
luce una
notevole
intelligenza
di
interprete e
grande
ecletticità
di artista.
Note
altrettanto
felici per
Fabio
Armiliato
che di
Ernani ha
offerto una
lettura che
ha
giustamente
privilegiato
il lato
amoroso, pur
senza
sdegnare
improvvise
accensioni e
slanci negli
scatti
d'ira: siamo
di fronte ad
un cantante
generoso e
sempre
presente,
anche nei
concertati
più
impegnativi.
L'interprete
è convincente
e la voce
corre senza
difficoltà
nella vasta
sala del
Regio: il
personaggio
è nelle
corde del
tenore,
anche sotto
il profilo
strettamente
stilistico,
e risulta
convincente
a tutto
tondo, con
un crescendo
particolare
nell'intensissima
quarta
parte,
culminante
con lo
splendido
terzetto
finale.
I larghi
vuoti
riscontrati
in sala,
anche per le
ragioni
suesposte,
ma resi
ancor più
pesanti nel
breve
intervallo a
mezze luci
tra la terza
e la quarta
parte per il
fastidioso
fuggi fuggi
dei soliti
frettolosi,
non hanno
tuttavia
impedito al
pubblico
presente di
salutare con
grande
calore gli
interpreti
della serata
al termine
della
rappresentazione,
con grandi
lanci di
fiori ed
ovazioni
(abbastanza
inusuali per
il Regio)
alle singole
uscite degli
artisti.
Vittorio Zambon
OPERACLICK, 23
Giugno 2007
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