
IL SEGRETO DELLA SFINGE
Manon, sphinx étonant. Così la invoca Des Grieux dal profondo
dell'abisso in cui è caduto. Manon lescaut sei una straordinaria sfinge:
rimani il più enignatico dei capolavori pucciniani......Eppure sei
impenetrabile. La vocalità è un rebus di dolcezze, alternate a roventi
impennate.....
La sfinge è stata interrogata un'altra volta al regio di Parmae ad alcuni ha
risposto e ha svelato in parte il suo segreto. Ad altri è rimasta enignatica.....
La Sfinge non si è rivelata a Pier Giorgio Morandi, direttore sicuro, che
tiene in pugno il palcoscenico e l'orchestra, che punta ad una lettura
molto pulita della partitura, accentua lo spessore dello strumentale e che
pare pago dell'oliato funzionamento della macchina.
La Sfinge si è rivelata invece a Daniela Dessi che specie dal II atto (nel I
sembra quasi che !'ingenuità fanciullesca di Manon poco la interessi) si
impone. La vocalità pucciniana esalta il suo canto capace di abbandoni, di
rapidi passaggi dal piano al forte, da improvvisi intenerimenti a roventi
espansioni. La bontà della sua tecnica le permette di superare senza
problemi gli scogli di una tessitura che ne "L'ora o Tirsi" (il do acuto e
il trillo) è tra le più insidiose. La voce arriva penetrante (fa testo come
s'imponga su tutti nel concertato del III atto) e si piega sempre ad
un'interpretazione vissuta ed intensa. La sua è una Manon consapevole,mai
pentita di ciò che fa. È una Manon innamoratissima che si esalta e che sa
morire con commovente pathos. Cosi ,"Sola perduta e abbandonata" diventa il
climax dell'azione drammatica, in un'esecuzione dove la protesta di «Non
voglio morire..." si alterna alle suggestive mezzevoci di "Terra di pace mi
sembrava questa" e suggella una lettura tra le più affascinanti, degna di
entrare in un'ideale galleria di grandi protagoniste del personaggio di
Puccini.
Fabio Armiliato è un Des Grieux dotato di una robusta prima ottava che gli
consente di superare senza problemi e con grande efficacia i molti passi,
frequenti nel II atto, come "Ah Manon, mi tradisce", dove la tessitura
gravita nel registro centro-grave. Nella zona del passaggio e nei passi più
scopertamente melodici l'emissione non è sempre morbida e rotonda. Declama
con incisività e nel finale del III atto vince la prova di "No...pazzo...son,
guardate", atteso al varco da un teatro che mi è parso ingiustamente
prevenuto e che lo ha punito (ma perché?) con il silenzio dopo un
volonteroso "Donna non vidi mai". In realtà in un clima più favorevole e con
la scelta di spingere meno e di mettere meno in risalto il lato drammatico,
mettendo in evidenza invece il lirismo della voce, con un direttore che
cerchi sonorità meno roventi, avremmo un Des Grieux del massimo interesse
(aggiungete il physique du role e la recitazione disinvolta) e il
riconoscimento di un interprete che studia con attenzione ogni frase e non
perde occasione per fraseggiare con varietà di accenti aderenti al dettato
drammatico di Puccini. A lui la Sfinge non si rivela del tutto, ma più di
quello che il pubblico creda.
Non si rivela invece a Corrado Carmelo Caruso, un Lescaut ben poco incisivo
sia nella scena che nel canto. È parte da caratterista che potrebbe dare
maggiori soddisfazioni, se messa meglio in rilievo dall'interprete e dal
regista....
Buon successo da parte di un pubblico elegante, da grandi prime, che fugge
pero al termine con poca creanza verso gli artisti e verso il suo be Teatro.
Anche a costoro la Sfinge non si è rivelata. E ha fatto bene; non è il caso
di sprecarsi con chi non coglie il fascino di questo capolavoro e aspetta
tenore e soprano al varco delle così dette romanze, peraltro superate, da
una partitura già tutta Novecento.
(13 dicembre 2005)
Giancarlo Landini :
L'OPERA - Gennaio 2006
